Nella prefazione all’edizione italiana dell’Indice Globale della Fame 2026, Nello Scavo, inviato speciale di Avvenire e Presidente di Carta di Roma, riflette sul rapporto tra conflitti e insicurezza alimentare. Un legame che va oltre le emergenze umanitarie e ci ricorda che combattere la fame significa anche costruire le condizioni per una pace duratura.
“Ci sono molti modi per raccontare una guerra. Si possono contare i morti, misurare i territori conquistati o perduti, seguire il movimento degli eserciti, ricostruire la traiettoria di un missile. Più raramente si misura ciò che accade dopo, o appena fuori dall’inquadratura: un mercato che non viene più rifornito, un campo che nessuno può coltivare, una strada diventata troppo pericolosa per trasportare il raccolto, una famiglia che comincia a ridurre i pasti.
La fame non arriva necessariamente con il fragore delle armi. Spesso viene dopo. Altre volte viene prima. La scarsità di cibo, la competizione per l’acqua e per la terra, l’aumento dei prezzi e la perdita dei mezzi di sussistenza possono esasperare diseguaglianze e tensioni già esistenti, indebolire le istituzioni e creare le condizioni nelle quali la violenza attecchisce. E poi c’è qualcosa di ancora più grave: nei conflitti la fame può essere provocata deliberatamente. Distruggere raccolti, impedire l’accesso ai campi, bloccare gli aiuti o rendere impossibile rifornire una popolazione significa trasformare il cibo in un’arma non convenzionale. Affamare i civili come metodo di guerra è vietato dal diritto internazionale umanitario; il Consiglio di Sicurezza, con la risoluzione 2417 del 2018, lo ha riconosciuto esplicitamente. Eppure, continua ad accadere.
È questa una delle ragioni per cui l’Indice Globale della Fame 2026, l’indice pubblicato ogni anno da CESVI, obbliga ad allargare il significato della parola sicurezza. Siamo abituati a pensarla in termini di eserciti, confini, deterrenza, armamenti. Ma quale sicurezza può esserci per chi non sa se domani riuscirà a nutrire i propri figli? E quanto può essere stabile una società nella quale milioni di persone non dispongono delle condizioni elementari per vivere?
Il rapporto mostra che la domanda non è teorica. Dopo decenni di progressi, la riduzione della fame ha rallentato fino a invertirsi parzialmente. Il punteggio globale del GHI è oggi peggiore di quello del 2018; in 36 Paesi la fame è classificata come grave e in altri otto come allarmante. Se continueremo al ritmo registrato dal 2000, 57 Paesi non raggiungeranno neppure un livello basso di fame entro il 2030.
Dietro queste cifre ci sono guerre, crisi climatiche, diseguaglianze, economie fragili. E soprattutto ci sono persone. In Somalia, anche attraverso il lavoro e la testimonianza di CESVI, ho imparato che queste cause difficilmente si lasciano separare. La siccità spinge una famiglia ad abbandonare la terra; l’insicurezza rende impossibile coltivarla; la guerra interrompe strade e mercati; il rincaro del carburante rende più costoso trasportare il cibo; una crisi scoppiata a migliaia di chilometri di distanza fa salire il prezzo di ciò che arriva attraverso i porti. Alla fine di questa catena c’è sempre qualcuno che mangia meno.
La Somalia ha nel GHI 2026 il punteggio più alto: 47,0, un livello classificato come allarmante. La denutrizione riguarda il 56,5 per cento della popolazione, la quota più elevata al mondo. E mentre siccità, inondazioni, conflitto e sfollamenti continuano a sovrapporsi, diminuiscono le risorse internazionali disponibili per rispondere all’emergenza.
Nel settembre 2026 papa Leone XIV ha riportato l’attenzione proprio sulla Somalia. «Seguo con grande preoccupazione la crisi umanitaria in atto in alcune zone della Somalia», ha detto all’Angelus del 20 settembre, ricordando che violenza e fenomeni climatici estremi stavano aggravando condizioni di vita già precarie, soprattutto per donne e bambini. E ha chiesto «un generoso coinvolgimento della comunità internazionale». Sono parole che conservano il loro peso perché riguardano una delle crisi che più facilmente scompaiono dal nostro campo visivo: non perché sia risolta, ma perché altre guerre e altre emergenze ne occupano il posto.
Ma sarebbe un errore considerare la Somalia un’eccezione lontana. È piuttosto una lente attraverso cui osservare un meccanismo globale. Nel 2025 i conflitti sono stati tra le principali cause dell’insicurezza alimentare acuta per 147,4 milioni di persone, mentre il numero dei conflitti armati tra Stati e gruppi armati ha raggiunto, secondo il Peace Research Institute Oslo (PRIO), il livello più alto dal 1946. Guerre, eventi meteorologici estremi e shock economici non procedono separatamente: si sommano, si alimentano e colpiscono con maggiore violenza proprio chi dispone di minori strumenti per difendersi.
La relazione procede anche nella direzione opposta. La fame non è soltanto ciò che resta dopo una guerra. L’insicurezza alimentare può precedere le esplosioni, accrescere la competizione per risorse sempre più scarse, esasperare fratture sociali e rendere più fragili comunità e istituzioni. Non significa che la fame produca automaticamente guerre. Significa che può preparare il terreno sul
quale conflitti politici, etnici, economici o territoriali diventano più difficili da contenere.
C’è poi un paradosso che dovrebbe interrogarci. Mentre aumentano i bisogni, diminuiscono le risorse destinate a fronteggiarli. I finanziamenti umanitari e per lo sviluppo destinati ai settori
alimentari nei contesti di crisi sono tornati ai livelli del 2016-2017. In alcuni Paesi diventa perfino più difficile misurare la fame, perché conflitti, problemi di accesso e carenza di fondi indeboliscono i
sistemi che dovrebbero raccogliere i dati. E ciò che non riusciamo più a misurare rischia rapidamente di diventare ciò che non vediamo più.
Per questo la fame non può essere considerata soltanto una questione umanitaria. È una questione politica. E riguarda direttamente la pace. Un bambino malnutrito non rappresenta soltanto il fallimento di un sistema alimentare. Una comunità costretta ad abbandonare la propria terra non è soltanto una statistica migratoria. Una popolazione che non può accedere all’acqua, al cibo, alla
salute e a un lavoro non vive realmente in sicurezza, anche quando intorno non si spara.
Spezzare il circuito tra fame, fragilità e conflitto significa intervenire prima che l’emergenza diventi catastrofe: investire nella nutrizione, nella salute, nell’acqua, nell’agricoltura, nell’istruzione, nei sistemi di allerta e nella capacità delle comunità di resistere agli shock. È anche questo il merito del rapporto: mostrare che combattere la fame non significa soltanto soccorrere le sue vittime, ma intervenire sulle condizioni che la producono. Significa, soprattutto, cambiare la domanda. Non soltanto: come possiamo sfamare chi oggi ha fame? Ma: quali condizioni hanno fatto sì che avesse fame? Chi avrebbe potuto impedirlo? E che cosa dobbiamo cambiare perché domani non accada di nuovo?
Perché non può esserci pace dove la sopravvivenza è continuamente minacciata. E non può esserci vera sicurezza finché avere abbastanza da mangiare rimane, per milioni di esseri umani, una possibilità e non un diritto.”
Nello Scavo
Inviato speciale di Avvenire e Presidente Carta di Roma

