di Tosca Carrara
Sono le sette della mattina e il cancello della Casa del Sorriso si apre.
I primi bambini arrivano: sono scalzi, con i vestiti sporchi e con un’aria cupa.
Saluto, ricambiano e mi concedono un sorriso. Non dicono altro. Non dico altro. Li osservo mentre si spogliano e iniziano a lavare a mano i loro vestiti. Aspetto che scarichino la notte che hanno addosso prima di invitarli a giocare.
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Quando sono partita volontaria per lo Zimbabwe, pensavo di sapere cosa avrei trovato. Una casa diurna per bambini di strada. Un luogo di accoglienza, di supporto, di educazione. Semplice, chiaro.
In parte è così. Ma la realtà è molto più dura e complessa. Finché non lo vedi con i tuoi occhi e ti ci immergi, non riesci davvero a capirlo.
Ad Harare il fenomeno degli street children è devastante. La ragione di fondo è quasi sempre la stessa: povertà, disagio familiare, mancanza di alternative. Ci sono centinaia e centinaia di minori che vivono ammassati sotto un ponte, nei vicoli, e che passano la notte lì, così, tra violenza, abusi e fame.
Sono andata a vedere i punti di raduno ed è stato scioccante, non ero preparata. Sono soli, sofferenti e arrabbiati.
Dentro questo scenario tragico la Casa del Sorriso CESVI è una piccola oasi colorata. Il loro rifugio.
La mattina presto, i bambini e le bambine arrivano e la prima cosa che fanno è lavarsi. Lavano anche i loro vestiti, poi spesso si rimettono quelli sporchi mentre aspettano che gli altri si asciughino. Mangiano, giocano, leggono e soprattutto dormono. Dormono profondamente, come se finalmente il corpo potesse smettere di difendersi. E poi studiano e partecipano alle attività educative.
All’inizio lo sguardo è duro, arrabbiato, aggressivo. Ma poi succede qualcosa di straordinario: una volta entrati piano piano abbassano la guardia e cambiano faccia. Possono essere quello che sono: bambini.
Dolci, furbi, rumorosi, a volte piccoli bulli. Ridono, litigano, giocano, si abbracciano. Alcuni ti cercano per un batti cinque, altri ancora ti osservano da lontano prima di fidarsi. Tutti diversi, tutti uguali in una cosa: la strada.
La strada è la loro casa, il loro gruppo, la loro identità. È una vita che li convince che quella sia l’unica possibilità e li risucchia in una strana idea di libertà. Una libertà crudele, che li allontana ogni giorno di più dall’infanzia e dal futuro.
La Casa del Sorriso prova a rompere questo brutto incantesimo.
Li accoglie e dice loro una cosa semplice: possiamo fare altro. Possiamo tornare a scuola. Possiamo cercare la tua famiglia. Possiamo trovarne una nuova. Possiamo individuare un luogo sicuro. Possiamo costruire insieme un percorso diverso per te.
In queste settimane ho visto di tutto. Bambini portati in ospedale per HIV, scabbia o colera, violentati, picchiati. Bambine di tredici anni già incinte.
Dopo due giorni, pensavo di non farcela. Troppo dolore. Troppo disagio. Troppa disperazione. E soprattutto troppo senso di colpa.
Il senso di colpa di essere nati dalla parte “fortunata” del mondo, dove abbiamo tutto e spesso non siamo comunque soddisfatti. Dove passiamo le giornate a parlare dei nostri problemi, dello “stress” e dell’indecisione causata dalle troppe opportunità. Mi sono chiesta: se me lo chiedesse, come spiego a questo bambino orfano e scalzo l’infelicità della nostra società? Con che coraggio? Con che livello di vergogna?
Come gli racconto la mia quotidianità a lui che ha appena concluso una notte di violenza perché preso di mira sessualmente dai più grandi?
Quale infelicità può assomigliare a quella di Leroy, rimasto orfano e partito da solo a quattordici anni per attraversare il Paese alla ricerca di un lavoro che non esisteva, per poi ritrovarsi tre anni dopo a vivere nei vicoli di Harare?
Quale stress può competere con una bambina prostituita dalla zia dall’età di sei anni?
Non voglio sminuire il dolore di nessuno. Ma un’esperienza così ti rimescola dentro tutto: i valori, le priorità, la scala delle cose importanti.
Quando il senso di colpa e lo shock si sono trasformati in energia, ho iniziato semplicemente a stare con loro, tutti i giorni, tutto il giorno.
Bambini nuovi che arrivavano. Altri sparivano, poi tornavano. Mi chiamavano per nome. Mi chiedevano della Spagna, dell’Italia. Ridevamo, giocavamo a dama, guardavamo la geografia del mondo. Ci occupavamo insieme di quella che in quel momento era la nostra casa. Ho scoperto persino che cantavano una canzone su come avrebbero voluto rubarmi le scarpe.
Uno dei momenti più forti è stato quando alcuni di loro hanno iniziato a vedere una seconda possibilità: una casa di accoglienza, la scuola, una nuova vita grazie alle prassi di riconciliazione applicate per tutti i minori che frequentano lo spazio. Lì, anche chi non voleva dare informazioni e non voleva assolutamente cambiare il proprio stato attuale, ritenendo la strada il miglior posto dove stare, ha cambiato idea. Tutti volevano un’opportunità! Era partita una spirale di influenza positiva.
Erano tutti seduti attorno a Irine, la cuoca della Casa del Sorriso, dicendo “I want to go to school”. Irine è molto più di una responsabile di cucina: è una mamma per loro, una nonna, una confidente, un punto fermo. Attorno a lei e agli operatori CESVI – straordinari, instancabili – prende forma ogni giorno questa piccola rivoluzione.
Penso spesso a Blessed, otto anni, nato nelle vie di Harare da una madre mendicante. Conosce solo quel tipo di vita. Dormiva sempre, era sfinito. Un giorno è arrivato in lacrime picchiato a sangue per un dollaro. Aveva un molare fratturato. Lo abbiamo portato in ospedale e lì, era talmente piccolo che è stato impossibile non affezionarsi.
Oggi Blessed vive in una casa di accoglienza con altri undici bambini e va a scuola. Qualche giorno fa mi hanno mandato una sua foto con la divisa scolastica tutto sorridente.
Non è solo una foto.
È la prova che cambiare il destino di un bambino è possibile e che grazie a CESVI questo sta davvero succedendo.
Ma servono più storie così. Molte di più. La Casa del Sorriso cambia vite ogni giorno, ma da sola non basta. Per dare davvero una seconda possibilità a questi bambini servono più risorse, più attenzione, più persone disposte a sostenere questo lavoro.
Nella Casa del Sorriso ho anche conosciuto Takunda, il primo bambino nato sano da madre sieropositiva nel 2001, grazie al progetto Cesvi “Fermiamo l’AIDS sul nascere”; oggi Takunda è un giovane uomo di 25 anni, si è laureato in Scienze sociali e lavora come operatore sociale alla Casa del Sorriso di Harare.
Il suo nome in lingua shona significa: abbiamo vinto!
Noi che abbiamo avuto la fortuna di nascere altrove, possiamo fare qualcosa di semplice ma potentissimo: trasformare la nostra fortuna in responsabilità.
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PS
In Zimbabwe ho capito ancora di più quanto fosse importante la visione di mio padre quando, più o meno alla mia età, fondava CESVI. La cooperazione, l’aiuto e l’umanità possono migliorare il mondo se qualcuno decide di agire. Oggi porto avanti questa eredità pragmatica con orgoglio e con la speranza che sempre più persone credano e agiscano per la solidarietà.


