La vulnerabilità dei bambini è concreta: guerre, cambiamenti climatici, malnutrizione, povertà, violenze. Da Gaza all’Italia l’impegno di CESVI per proteggere l’infanzia non si ferma.
Di Roberto Vignola, Vice Direttore Generale CESVI
È mattina presto a Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza. Hawa afferra la tanica di plastica e si avvia verso il punto di distribuzione, dove CESVI fornisce ogni giorno 70 mila litri di acqua. È un gesto che ripete ogni giorno, da mesi. Ha dodici anni e suo padre ha una disabilità grave e le loro condizioni di vita sono critiche: la sedia a rotelle non funziona, non hanno più un bagno accessibile, dormono in 8 in una tenda per terra. È Hawa, insieme ai fratelli, a occuparsi di del padre, a cercare acqua, a cercare cibo, a tenere insieme ciò che resta della famiglia.
A più di tremila chilometri di distanza, nel campo per rifugiati climatici di Borena, nel Sud dell’Etiopia, non piove da sei stagioni. Qui Kebede, 12 anni, e i suoi amici non frequentano la scuola da un anno. Le lezioni si sono fermate, la priorità è sopravvivere alla siccità. Ogni giorno vanno in cerca di acqua e cibo e aiutano negli scavi che la comunità continua a realizza con CESVI per costruire uno stagno per abbeverare gli animali, sperando torni la pioggia. Nel momento della pausa però si ritrovano insieme sotto l’unico albero rimasto in piedi, accendono un vecchio cellulare e leggono qualche pagina di un libro scolastico digitale. È il loro modo di non perdere la speranza di poter riprendere gli studi.
Nel frattempo, in Sudan, fuori dalla clinica in cui opera CESVI, c’è una fila silenziosa di donne e ragazze. Alcune hanno il volto coperto, altre tengono gli occhi fissi a terra. Sono adolescenti, poco più che bambine, sopravvissute a violenze indicibili durante il conflitto. All’interno della clinica le aspetta un percorso di sostegno psicologico e sanitario: l’unico spazio in cui provare a dare un nome a ciò che è successo e trovare una strada per superarlo.
Tre luoghi, tre storie, un’unica veruna sola realtà: l’infanzia è in pericolo in tutto il mondo. La vulnerabilità dei bambini è concreta: guerre, cambiamenti climatici, malnutrizione, povertà, violenze invisibili dentro le case.
Quasi 5 milioni di bambini nel mondo muoiono ogni anno prima dei 5 anni a causa della malnutrizione – come se scomparissero tutti i bambini da 0 a 10 anni di un intero Paese come l’Italia. Altri 473 milioni di bambini vivono a meno di 50 km da zone di guerra. Milioni di minori sono colpiti dagli effetti del cambiamento climatico: siccità, alluvioni, epidemie, crisi che interrompono l’accesso a istruzione e salute. Oggi l’infanzia negata è un deficit di futuro: milioni di minori non possono esercitare i propri diritti fondamentali alla vita, alla salute, all’istruzione, alla protezione.
Davanti a questa situazione mondiale sconcertante anche l’Italia non è esente da disuguaglianze profonde. Oltre un milione di minori vive in povertà assoluta, con il Sud Italia che paga il prezzo più alto in termini di disagio giovanile, spazi insufficienti, redditi e famiglie instabili, abbandono scolastico, criminalità minorile. In questi contesti CESVI ha portato l’esperienza maturata nel mondo con il Programma Case del Sorriso, inaugurando tra il 2022 e il 2023 le prime strutture in Italia (Bari, Napoli, Siracusa) e, ad aprile 2026, aprirà una nuova Casa del Sorriso a Milano, oggi in fase di ristrutturazione. Le Case del Sorriso sono spazi di cura, di ascolto, di relazione. Qui i bambini possono sentirsi davvero al sicuro e crescere frequentando laboratori sportivi, artistici o psicomotori; attività educative e percorsi individuali pensati ad hoc, ma anche ricevere sostegno psicologico, e supporto in famiglia. Le Case del Sorriso sono ponti tra fragilità e opportunità, tra momenti di sofferenza e un futuro possibile. Esperienze nate nei contesti più duri del mondo, diventano qui strumenti concreti per far sentire ogni bambino protetto, ascoltato e capace. Come Sara che quando è arrivata alla Casa del Sorriso aveva undici anni e uno sguardo sfuggente. Timida, non parlava quasi mai. A scuola era considerata “disattenta”, ma la verità era che ogni notte faticava a dormire, turbata da un senso di insicurezza che non riusciva a raccontare. Nella Casa del Sorriso osservava, senza partecipare. Un pomeriggio, durante un laboratorio artistico, iniziò a disegnare case. Tutte chiuse: senza porte, senza finestre. Alla domanda “Chi vive qui?” rispose: “Bambini che non devono far entrare nessuno”. Ci sono voluti mesi di presenza costante, poi qualcosa si è mosso. Un giorno ha dipinto una piccola porta su una delle sue case. “Questa si può aprire”, ha detto. La settimana dopo quella casa aveva una finestra, poi colori, bambini e sorrisi… Oggi Sara partecipa alle attività, parla volentieri, va a scuola serena. Tutto questo perché ha trovato adulti capaci di esserci, di offrirle ascolto e strumenti, di accompagnarla senza giudizio. “Qui riesco a respirare”, ha confidato un giorno. Le Case del Sorriso nascono da questa consapevolezza, sono la prova concreta che, anche nelle condizioni più difficili, uno spazio sicuro può cambiare una traiettoria di vita. Promettono opportunità, protezione, futuro. E ogni volta che una bambina come Sara trova la sua porta da aprire, il mondo, silenziosamente, cambia direzione.