Il Libano sta attraversando una fase di estrema criticità a causa dell’intensificarsi delle ostilità che, nelle ultime due settimane, hanno costretto oltre un milione di persone ad abbandonare le proprie abitazioni. La situazione a Beirut è emblematica di questa escalation: i raid aerei non interessano più soltanto la periferia sud, ma hanno raggiunto zone centrali come Bachura e l’area ovest della città. Come riferisce Federico Patacconi, Capo Missione di CESVI nel Paese, il risveglio della capitale è segnato da attacchi sempre più frequenti che colpiscono indiscriminatamente la popolazione civile. “Quello che è cambiato rispetto ai primi giorni di questo conflitto è che gli attacchi non sono più limitati alle periferie,” spiega Patacconi, sottolineando come la mancanza di avvertimenti e l’utilizzo di tattiche come il double tap – che colpisce chi si avvicina per prestare soccorso – rendano il contesto estremamente pericoloso per chiunque si trovi in strada.
La gestione dell’enorme numero di sfollati rappresenta la sfida più urgente per le autorità e le organizzazioni umanitarie. Dei 630 rifugi collettivi allestiti dal governo, principalmente all’interno di scuole pubbliche, la capacità d’accoglienza è limitata a circa 130.000 persone, lasciando oltre 900.000 individui al di fuori delle strutture ufficiali. Queste persone trovano riparo in sistemazioni di fortuna, insediamenti informali o addirittura all’interno delle proprie auto lungo la costa. “Siamo ufficialmente arrivati a un milione di persone sfollate, almeno tra quelle registrate, quindi si presuppone siano molte di più,” osserva Patacconi. “Meno di una persona su dieci ha trovato spazio nei rifugi collettivi e molte centinaia di migliaia sono attualmente per strada. La difficoltà oggettiva è riuscire a raggiungere tutti con i servizi essenziali, poiché la rete ufficiale non copre minimamente l’intera popolazione.”
Questa pressione migratoria interna sta gravando su servizi pubblici già indeboliti da anni di crisi economica, mettendo a rischio la coesione sociale e la salute pubblica. Le condizioni di sovraffollamento e la carenza di privacy aumentano i rischi di protezione per i gruppi più vulnerabili, mentre tra i bambini si osservano segnali crescenti di stress psicologico legati alla perdita della routine e alla costante esposizione alla violenza. In questo quadro, il coordinamento tra il Ministero degli Affari Sociali, le agenzie ONU e le ONG è fondamentale per tentare di fornire una risposta strutturata. Esiste inoltre un forte movimento di solidarietà locale, con piccole comunità che si organizzano autonomamente per la raccolta di beni e fondi, cercando di colmare i vuoti lasciati dalla saturazione delle infrastrutture.
Noi di CESVI siamo attivamente impegnati in diverse aree del Paese per rispondere a queste necessità prioritarie. Il nostro team sta portando avanti attività di primo soccorso psicologico (PFA) presso alcuni shelter a Beirut e nella zona di Baalbek, con un focus specifico sul benessere dei minori. Contemporaneamente, prosegue la risposta logistica nelle aree di Saida e Nabatieh, dove sono in fase di distribuzione circa 700 kit igienico-sanitari e beni di prima necessità, come materassi e cuscini. “L’idea è di continuare con questa risposta cercando di ampliare sempre di più le nostre capacità,” conclude Federico Patacconi.
Continuiamo a monitorare costantemente l’evoluzione della sicurezza e dei movimenti della popolazione per adattare i nostri interventi a un contesto in evoluzione. Il nostro impegno per proteggere la popolazione civile colpita continua senza sosta in questa nuova drammatica escalation del conflitto. Aiutaci a sostenere la popolazione libanese in questa nuova emergenza: dona ora.


