L’arrivo delle piogge incessanti ha travolto gli accampamenti della Striscia. Tra fogne distrutte e tende inzuppate, migliaia di famiglie lottano contro il gelo. La testimonianza dal campo: “È una goccia nell’oceano, servono aiuti immediati”.
L’inverno a Gaza non è solo una stagione, è una minaccia per la sopravvivenza. Le piogge torrenziali hanno già avuto un impatto devastante su una popolazione stremata: tra le 13.000 e le 17.000 famiglie sono attualmente colpite da fango e acqua. Oltre 100.000 persone sono rimaste senza un riparo asciutto.
La vita impossibile nei campi
Negli insediamenti di fortuna, composti da tende e coperte usurate, la pioggia invade ogni cosa. “Siamo nel pieno di un inverno rigido e non abbiamo di che coprirci”, racconta una donna sfollata. “Sotto la pioggia battente è impossibile proteggersi: vestiti, materassi e coperte sono inzuppati. Affrontiamo gravi difficoltà: mancano acqua ed elettricità. Facciamo affidamento sull’energia solare, ma quando manca il sole restiamo al buio”.
La situazione è resa ancora più critica dal collasso delle infrastrutture. I sistemi di drenaggio, già danneggiati dai mesi di conflitto, non reggono. Il risultato è grave: le acque piovane si mescolano a quelle reflue, trasformando i campi in paludi infette.
“I campi sono inondati per la quasi totalità”, spiega Giulio Cocchini, coordinatore emergenza Gaza per CESVI. “I sistemi fognari non riescono a tenere l’acqua, quindi le acque nere sgorgano dal terreno e si mischiano con le piovane. Le tende, deteriorate e precarie, non trattengono nulla. Noi continuiamo a distribuire sacchi di farina vuoti che vengono riempiti di sabbia per creare delle barriere, ma è una goccia nell’oceano.”
Oltre all’emergenza fisica, c’è un trauma profondo legato alla perdita della propria normalità. Un milione di persone vive ancora in accampamenti improvvisati dove la privacy è un ricordo lontano.
“Prima la nostra vita era normale”, testimonia una donna anziana, sfollata con la sua famiglia. “Io e mio marito siamo anziani: il nostro bagno non è dignitoso e non ho privacy. Viviamo in sei in una tenda e sono psicologicamente provata. Prima avevamo le nostre stanze, ora siamo tutti ammassati. Avevamo una dignità, ora non più. La nostra tenda è fragile: abbiamo bisogno di un alloggio adeguato e di servizi igienici minimi.”
Il blocco degli aiuti
Nonostante la tregua abbia permesso l’ingresso di un numero maggiore di camion, i volumi restano insufficienti. Rispetto ai 600 mezzi giornalieri pattuiti, ne entrano in media solo 120, carichi principalmente di cibo.
Il paradosso più crudele riguarda i ripari: sebbene siano entrati alcuni teli di plastica, l’ingresso delle attrezzature necessarie per montare e mettere in sicurezza le tende rimane bloccato. Senza pali, attrezzi e strumenti di riparazione, i materiali restano inutilizzabili. Per i più piccoli, già indeboliti dalla malnutrizione, il rischio di ipotermia e malattie respiratorie è altissimo.
Nonostante le condizioni proibitive, i nostri operatori umanitari non si fermano, anche se condividono la stessa sorte di chi aiutano. “Il nostro team locale abita molto spesso nelle tendopoli stesse che sono inondate”, continua Cocchini. “Continuano a lavorare in condizioni difficilissime perché i bisogni restano estremamente alti. Servirebbero caravan, molte più tende e macchinari pesanti per rimuovere le macerie e riparare le fogne. Moltissimi camion con materiali essenziali sono ancora bloccati ai valichi.”
In questo scenario apocalittico, l’unica forza rimasta è la cooperazione comunitaria: cucine collettive e riparazioni di fortuna gestite tra vicini di tenda. Ma senza un intervento massiccio di materiali e mezzi, l’inverno rischia di spegnere anche le ultime speranze di chi è stato dimenticato dal mondo.