Giornata mondiale del rifugiato: in Uganda Palabek come simbolo di rinascita

Il 20 giugno 2026, Giornata Mondiale del Rifugiato, ricorre il 75° anniversario della Convenzione di Ginevra, pilastro del diritto internazionale dei rifugiati che mira a garantire protezione a chi è costretto a fuggire dal proprio Paese.

Nell’ultimo anno, il numero dei rifugiati nel mondo ha registrato un calo del 3% circa rispetto all’anno precedente, confermando una tendenza iniziata nel 2023: da 42,7 milioni a 41,6 milioni.

Per la prima volta nell’ultimo decennio, inoltre, anche il numero globale delle persone forzatamente sfollate[1] è diminuito: secondo gli ultimi dati UNHCR, alla fine del 2025 erano 117,8 milioni le persone forzatamente sfollate in tutto il mondo, rispetto ai 123,2 milioni dell’anno precedente (calo del 4%).

Questa diminuzione, tuttavia, non rappresenta una riduzione delle cause strutturali: i conflitti armati, l’instabilità politica e l’intensificazione degli eventi climatici estremi continuano ad alimentare dinamiche di spostamento forzato su scala globale.

Tra i Paesi che sono maggiormente colpiti dal fenomeno vi è il Sud Sudan, da cui provengono ben 2,4 milioni di rifugiati. A causa dell’intensificazione del conflitto nel 2016 e al peggioramento degli effetti del clima milioni di persone sono fuggite dal Paese, rifugiandosi per quasi la metà nel Paese confinante Uganda, in particolare nel campo profughi di Palabek, che accoglie una delle concentrazioni più rilevanti di rifugiati sud sudanesi a livello mondale.

A Palabek non è un semplice campo profughi, ma una vera e propria città: oggi ospita infatti oltre 97.000 rifugiati in totale, di cui più dell’80% costituito da donne e bambini.

CESVI opera dal 2017 a Palabek, in sinergia con altre organizzazioni umanitarie e insieme al governo ugandese, per offrire aiuti concreti e opportunità a chi ha perso tutto. Questa attività è stata raccontata nel docufilm “Lo sguardo dell’altro” realizzato insieme a CESVI da e con Alessio Boni, in seguito a una missione dell’attore e ambasciatore CESVI nel campo profughi.

A Palabek l’obiettivo è l’autosufficienza: dopo una prima distribuzione di beni di prima necessità, ad ogni famiglia viene assegnato un appezzamento di terra su cui costruire la propria casa e coltivare il proprio cibo, attraverso un sistema ordinato che garantisce equità. CESVI insegna ai rifugiati tecniche agricole sostenibili – dal principio al mantenimento e infine alla raccolta – in modo da garantire l’indipendenza anche di coloro che non avevano mai fatto gli agricoltori.

Una delle particolarità di questo campo è che sorge su terre donate dalla comunità locale, un gesto concreto di solidarietà e integrazione. In cambio, gli agricoltori ugandesi ricevono supporto dalle ONG, creando così un sistema di collaborazione che aiuta entrambe le comunità.

Nulla viene sprecato: il raccolto non solo garantisce l’autosostentamento, ma viene anche destinato al mercato locale, creando un’economia circolare sostenibile.

I campi coltivati sono irrigati grazie al sistema messo in atto da CESVI: un sistema di micro-irrigazione installato in alcune aree del campo, per garantire una produzione costante anche durante la stagione secca.

Imparare a coltivare la terra rappresenta in questo caso il primo passo per ritrovare dignità e indipendenza: quando un seme trova terra, anche la speranza trova spazio.

Rivedi il documentario “Lo sguardo dell’altro – Palabek, Uganda”

 

[1] Differenza tra persone forzatamente sfollate e rifugiati:
Persone forzatamente sfollate: categoria più ampia, che include tutte le persone costrette a lasciare la propria casa per conflitti, persecuzioni, violazioni dei diritti o altri eventi che sconvolgono l’ordine pubblico.
Rifugiati: sottocategoria delle persone forzatamente sfollate, sono coloro che hanno attraversato un confine nazionale e hanno ottenuto (o cercano) protezione internazionale perché non possono tornare nel proprio Paese per timore di persecuzione.