Sono passati oltre tre anni dallo scoppio del conflitto in Sudan, ma la crisi continua a devastare il Paese e a colpire la popolazione civile, lasciando dietro di sé nuove vittime, distruzione e bisogni umanitari sempre più urgenti.
Nelle ultime settimane, i combattimenti si sono intensificati soprattutto nelle regioni del Darfur e del Kordofan. Tra le aree maggiormente colpite c’è El Obeid, nel Kordofan Settentrionale, dove una serie di attacchi con droni ha danneggiato acquedotti, depositi di carburante e centrali elettriche.
Quando vengono colpite le infrastrutture, infatti, non si distruggono soltanto edifici. Si interrompe l’accesso all’acqua potabile, all’elettricità e al carburante, rendendo ancora più difficile la vita quotidiana di centinaia di migliaia di persone.
Anche gli spostamenti sono diventati sempre più complessi. In molte zone del Paese, le principali vie di comunicazione sono insicure: strade bloccate, attacchi ai veicoli e continui saccheggi rallentano il commercio e l’arrivo degli aiuti umanitari, ostacolando il raggiungimento delle persone che hanno bisogno di assistenza.
A Khartoum, molte famiglie stanno cercando di rientrare dopo mesi di sfollamento, ma ciò che trovano è una città profondamente segnata dalla guerra. Bombe inesplose, proiettili d’artiglieria, razzi e mine terrestri continuano a contaminare interi quartieri e a rappresentare una minaccia quotidiana.
Finora, meno dell’1% della capitale è stato bonificato e considerato nuovamente sicuro.
Soltanto quest’anno sono stati registrati almeno 27 incidenti legati a ordigni esplosivi, che hanno causato 86 vittime, tra morti e feriti. La metà delle persone coinvolte sono bambini.
Secondo le ultime stime, in Sudan ci sono ancora oltre 8,7 milioni di sfollati interni, più della metà dei quali sono bambini e ragazzi sotto i 18 anni.
Accanto a chi continua a fuggire, ci sono però anche milioni di persone che stanno cercando di tornare a casa. Oltre 4,6 milioni sono già rientrate nelle aree di origine, soprattutto negli Stati di Khartoum e Al Jazirah.
È un segnale di speranza, ma tornare non significa necessariamente essere al sicuro.
LA FAME, UNA CRISI SEMPRE PIÙ PROFONDA
Alla violenza del conflitto si affianca ogni giorno un’altra crisi, più silenziosa ma non meno drammatica: la fame.
È in questo contesto che CESVI continua a operare nel Paese, assistendo le comunità più vulnerabili e garantendo servizi di protezione e sostegno, in particolare a donne, bambine e bambini.
«I livelli di malnutrizione sono estremamente elevati. Pur non essendo ovunque in condizioni di carestia, molte aree si trovano già nelle fasi più gravi dell’insicurezza alimentare», spiega in un recente articolo de L’Osservatore Romano Diego Ragosa, operatore CESVI impegnato tra Port Sudan e Khartoum.
Una situazione strettamente legata anche all’aumento dei prezzi: «Carne, olio, legumi e beni alimentari di prima necessità costano oggi tra il 125% e il 200% in più rispetto al periodo precedente alla guerra, risultando inaccessibili per gran parte della popolazione».
Oggi, 19,5 milioni di sudanesi vivono in condizioni di grave insicurezza alimentare e, secondo le ultime stime, la situazione è destinata a peggiorare nei prossimi mesi.
Tra i 22 e i 23 milioni di persone potrebbero avere bisogno di assistenza alimentare almeno fino a settembre 2026.
DONNE E BAMBINI PAGANO IL PREZZO PIÙ ALTO
A pagare il prezzo più alto sono soprattutto donne e bambini.
«In questo momento più del 50% della popolazione si trova in stato di bisogno», racconta Francesca Matarazzi, Specialista Emergenze CESVI, a Radio Vaticana.
Nel Paese si contano 4,2 milioni di bambini e donne in gravidanza o in allattamento che soffrono di malnutrizione. Un dato che racconta con forza quanto la crisi stia compromettendo non soltanto il presente, ma anche il futuro di un’intera generazione.
Nel frattempo, l’aumento delle violenze ostacola la distribuzione degli aiuti proprio nel momento in cui è fondamentale preparare scorte di cibo, medicine e altri beni essenziali prima dell’arrivo della stagione delle piogge, quando molte aree rischiano di rimanere isolate.
L’IMPEGNO DI CESVI PER DONNE E BAMBINI
In Sudan, CESVI concentra il proprio intervento soprattutto sulla protezione di donne, bambine, bambini e persone esposte a violenze, abusi e altre forme di vulnerabilità.
All’interno dei centri di assistenza sanitaria primaria, CESVI ha creato e gestisce i Protection Safe Corners: spazi sicuri in cui le persone possono ricevere sostegno psicologico, informazioni sui servizi disponibili e orientamento da parte di personale qualificato.
CESVI organizza anche attività ricreative per i più piccoli, laboratori dedicati alle donne – in cui possono acquisire nuove conoscere – e gruppi di sostegno che aiutano le comunità a ricostruire reti di solidarietà.
Particolare attenzione è rivolta alle donne e alle bambine sopravvissute alla violenza di genere, tramite supporto psicologico, assistenza finanziaria, supporto per gli spostamenti e kit per l’igiene e la cura femminile.
Attraverso unità mobili di supporto psicosociale, i servizi raggiungono chi vive nelle aree più remote.
In un contesto drammatico come quello del Sudan, garantire protezione significa molto più che offrire un servizio. Vuol dire creare luoghi in cui le persone possano sentirsi il più possibile al sicuro, trovare ascolto e iniziare, poco alla volta, a ricostruire la propria vita.


