Il Libano continua a vivere una situazione estremamente fragile: nelle ultime settimane nuovi attacchi nel Paese hanno causato vittime, distruzione e un ulteriore aggravamento dei bisogni umanitari della popolazione.
Dall’escalation del conflitto nel marzo di quest’anno, i feriti sono 12.210 e i morti almeno 4.322 in totale.
Ma la guerra lascia segni anche quando non uccide. I rientri continuano ed ormai oltre 700mila persone hanno fatto ritorno nelle loro aree di origine, mentre 430mila persone rimangono sfollate nella capitale e in altre aree del Paese.
Molte famiglie non sono ancora in grado di tornare in sicurezza nella propria casa a causa dell’inaccessibilità delle aree di origine, dell’insicurezza (come il pericolo della presenza di residui di ordigni inesplosi), dei danni alle abitazioni e della compromissione o distruzione dei servizi essenziali.
«Non siamo ancora riusciti a tornare a casa. Ci eravamo detti “Quando finiranno i bombardamenti, torneremo”. Ma fino ad oggi non è sicuro tornare, quindi siamo qui».
Così Ziad, un giovane adolescente libanese costretto a fuggire con la sua famiglia, racconta a CESVI. Una notte, le bombe hanno improvvisamente distrutto tutto il suo mondo: il suo villaggio, la sua casa, la sua quotidianità. Quando l’esplosione colpì, gli sembrò di essere in un brutto sogno. Per questo Ziad e la sua famiglia sono stati costretti a scappare, senza portarsi niente o salutare nessuno.
«Vorrei poter giocare a calcio, andare in bici. Ma mi sembra che la vita sia scomparsa. Non è vera vita questa» confessa lui.
Questa è una consapevolezza che nessun ragazzo della sua età dovrebbe avere, ma è ormai diventata normalità. Infatti, ancora una volta, tra i più esposti alle violenze ci sono i bambini.
Centinaia di scuole nel Paese sono state danneggiate a causa del conflitto, tra cui molte completamente distrutte, e oltre 100.000 bambini libanesi rischiano di non poter iniziare il prossimo anno scolastico, secondo UNICEF. La scuola è uno spazio fondamentale, perché per molti di questi bambini la scuola non è soltanto un luogo di apprendimento: è uno spazio di protezione, stabilità e speranza, che oggi viene meno.
Circa 1 persona su 4 in Libano è in stato di bisogno, e dovrebbe affrontare livelli di crisi o emergenza di insicurezza alimentare fino ad agosto di quest’anno.
Oltre alle conseguenze dirette del conflitto in termini di distruzione e incertezza, si registrano necessità negli ambiti della sicurezza alimentare e di servizi di acqua, igiene e servizi igienico-sanitari (WASH). Inoltre, le popolazioni sfollate stanno affrontando una progressiva riduzione della propria capacità economica di sostenere le attuali sistemazioni abitative, la mancanza o la perdita della documentazione civile necessaria per accedere ai servizi e un crescente bisogno di supporto per la salute mentale e il supporto psicosociale (MHPSS).
CESVI, che opera in Libano dal 2001, lavorando nelle aree di Saida, Baalbek, Iqlim El Kharroub, e Bourj Hammoud (Beirut), considera il supporto psicosociale come una parte fondamentale della propria attività di assistenza, per gli adulti ma soprattutto per i bambini, fornendo anche un servizio di Primo Soccorso Psicologico. Finora, questi servizi hanno raggiunto 363 persone – 307 bambini e 56 adulti.
Per sostenere le donne e proteggere la loro dignità anche nei loro momenti più vulnerabili, CESVI ha inoltre distribuito 1.801 kit mestruali.
CESVI ha raggiunto quasi 10.900 persone nel Paese tramite la distribuzione di kit igienici per famiglie, 162 neonati tra gli 0 e i 24 mesi tramite kit specifici (baby kits), ed oltre 500 famiglie supportate – per un totale di 2.072 persone – con 630 coperte, 1.030 materassi, e 1.860 cuscini.
Continuare a fornire questa tipologia di assistenza alle comunità libanesi rimane fondamentale, oggi più che mai: la situazione nel Paese rimane estremamente fragile nonostante i tentativi diplomatici, e per molte persone i bisogni restano urgenti.
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