Sudan al collasso: la crisi umanitaria dimenticata che continua a precipitare

Dal 2024 CESVI è tornata ad operare in Sudan per contrastare gli effetti disastrosi sulla popolazione civile che l’escalation del terribile conflitto, scoppiato ormai più di tre anni fa tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF), continua ad avere, e che ha portato ormai a una complessa crisi multidimensionale.

«Il conflitto in Sudan in corso da tre anni ha generato una catastrofe umanitaria senza precedenti. Ad oggi, in Sudan si contano 8 milioni di sfollati interni, e nonostante un calo dovuto ad alcuni rientri, l’instabilità continua a produrre nuovi profughi» è questa l’attuale situazione sudanese, come ci racconta Domenica Costantini, la responsabile delle attività di protezione di CESVI in Sudan.

Il numero di persone forzatamente sfollate è sempre più elevato. Infatti, stando agli ultimi dati UNHCR, più di 11,5 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case: circa 8 milioni sono sfollati interni, mentre il resto è fuggito dal Sudan in cerca di sicurezza nei Paesi limitrofi.

Un altro aspetto allarmante è rappresentato da una crescente sofisticazione tecnologica del conflitto, che ha trasformato la natura della violenza in Sudan: negli ultimi mesi sono stati utilizzati sempre più frequentemente droni armati e attacchi aerei – sempre più imprevedibili – che hanno quindi aggravato fortemente il rischio per i civili, già vittime di violenze dirette ed indiscriminate dall’inizio del conflitto.

Solo nei primi tre mesi del 2026, seconda OCHA, questa tipologia di attacchi avrebbe causato quasi 700 vittime civili, inclusi 245 bambini. Proprio pochi giorni fa, almeno 28 persone sono state uccise – e 23 ferite – a causa di un attacco con droni armati su un’area di un mercato molto affollato nella località di Ghubayash, nello Stato del Kordofan Occidentale, un’area controllata dalle milizie RSF.

Il conflitto ha agito come moltiplicatore della fame senza pietà: tra febbraio e maggio del 2026, il 41% della popolazione sudanese ha continuato ad affrontare livelli elevati di insicurezza alimentare acuta, di cui circa 135.000 sono classificati nella Fase 5, “Catastrofe”.

La condizione di malnutrizione acuta grave nel 2026 coinvolge soprattutto i bambini e le bambine sotto i cinque anni, con un incremento del 7% rispetto al 2025.

Questo significativo impatto del conflitto sui minori, alimentato anche da ulteriori fattori, rischia di dare origine a una vera e propria “generazione perduta”, compromettendo gravemente il futuro sociale del Paese.

In generale, le istituzioni pubbliche sono fortemente indebolite e le infrastrutture essenziali – sanità, istruzione, amministrazione civile – sono crollate in diverse aree del Paese, impossibilitati a garantire una risposta, anche minima, ai bisogni della popolazione.

Un gravissimo problema è inoltre rappresentato dalla violenza sessuale correlata al conflitto, che continua a venire utilizzata sistematicamente come arma di guerra.

«Stupri e violenze di genere colpiscono diffusamente donne e ragazze – ma anche ragazzi – non solo nelle zone di combattimento, sotto assedio e isolate, ma anche lungo le rotte di fuga e nei campi profughi» spiega Domenica

GLI SPAZI SICURI DI CESVI IN SUDAN PER I PIÙ VULNERABILI

È nel vivo di questa complessa crisi umanitaria che opera CESVI, lavorando insieme a una organizzazione locale di donne nello Stato del Mar Rosso.

CESVI ha creato e gestisce tuttora spazi sicuri (Protection Safe Corners) in due centri sanitari, dove fornisce informazioni sui servizi e supporto psicologico, individuale e collettivo, grazie all’aiuto di personale specializzato, come psicologici e assistenti sociali ben formati. Viene anche lasciato spazio a gruppi auto-gestiti, con l’obiettivo di sviluppare reti comunitarie di protezione.

Oltre questo, CESVI organizza attività ricreative per bambini e bambine, così come laboratori per donne interessate ad acquisire nuove conoscenze, ad esempio la produzione di profumi tradizionali locali. Questo contribuisce al loro empowerment.

I casi più delicati che il personale specializzato si trova ad affrontare in questi spazi sono quelli di donne e ragazze sopravvissute alla violenza di genere, a cui CESVI fornisce anche assistenza finanziaria e supporto per il trasporto – in modo che siano in grado di raggiungere luoghi più sicuri – e distribuisce kit per l’igiene e la cura femminile.

Ma l’aiuto di CESVI va oltre: con il supporto dell’organizzazione locale di donne con cui CESVI lavora, vengono impiegati anche team mobili di supporto psico-sociale, per garantire l’accesso ai servizi anche alla popolazione residente nelle aree remote.

In un contesto drammatico come quello sudanese in cui la guerra ha eroso ogni diritto, il nostro impegno per restituire dignità e fornire supporto e tutela a queste comunità vulnerabili è dunque attivo ora più che mai.