In Sudan, ciò che è iniziato come un’emergenza è ormai diventato vita quotidiana per milioni di persone in tutto il Paese.
Dopo più di tre anni di conflitto, l’attenzione non può essere rivolta soltanto a chi fugge dalla violenza, ma anche a chi ha scelto di restare o non è riuscito a raggiungere un luogo sicuro, soprattutto tra i gruppi più vulnerabili.
In tutto il Sudan, sono i bambini a continuare a pagare alcune delle conseguenze più gravi di una guerra sempre più sanguinosa: nei primi sei mesi del 2026 almeno 330 bambini sono stati uccisi o feriti.
Solamente da maggio 2026, nel Kordofan settentrionale – dove la situazione è particolarmente allarmante – gli attacchi con droni e altre aggressioni hanno causato più di 35 vittime tra i bambini, di età compresa tra appena 2 mesi e 17 anni, secondo le Nazioni Unite.
Anche la fame continua a colpire duramente i bambini sudanesi. Un’indagine nutrizionale condotta in una località dello Stato del Darfur settentrionale – un’altra delle regioni più duramente colpite dai combattimenti – ha rilevato che oltre la metà dei bambini sotto i 5 anni soffre di malnutrizione acuta. Si tratta di uno dei tassi più elevati mai registrati nell’ambito di una valutazione standardizzata delle emergenze.
Per molti bambini sudanesi, purtroppo, la guerra è il contesto in cui sono nati e stanno crescendo. Bambini che imparano a riconoscere il rumore dei bombardamenti prima ancora di comprendere cosa sia un conflitto.
PORTARE AIUTI È SEMPRE PIÙ DIFFICILE
Operare in Sudan è diventato sempre più difficile e pericoloso. L’intensificarsi dei combattimenti, il crescente ricorso ai droni e gli attacchi contro il personale umanitario limitano la possibilità di raggiungere le comunità e garantire assistenza in sicurezza.
Lo dimostra anche l’attacco aereo del 30 agosto contro due camion che trasportavano aiuti alimentari del WFP nel Kordofan meridionale, che ha distrutto oltre 50 tonnellate di generi alimentari destinati a migliaia di persone.
In un contesto in cui raggiungere la popolazione è sempre più complesso, mantenere attivi servizi di protezione e assistenza diventa quindi ancora più importante.
LE ATTIVITÀ DI PROTEZIONE DI CESVI IN SUDAN
È in questo scenario che CESVI continua a essere presente in Sudan. Nello Stato del Red Sea, nell’area di Sinkat, l’organizzazione interviene per rafforzare i servizi di protezione e supporto psicosociale rivolti alle popolazioni colpite dal conflitto, con particolare attenzione a donne e bambini.
Le attività vengono realizzate all’interno dei Protection Safe Corners, spazi sicuri creati e gestiti da CESVI dove le persone più vulnerabili possono trovare ascolto, sostegno e protezione.
Qui, personale qualificato fornisce supporto psicologico e psicosociale, con particolare attenzione ai rischi legati alla violenza di genere e alla protezione dell’infanzia. Parallelamente, CESVI lavora per rafforzare la capacità di risposta delle comunità, attraverso la formazione di operatori locali e la creazione di reti di protezione in grado di individuare e accompagnare le persone che hanno bisogno di assistenza.
«In questa parte del centro sanitario, CESVI, in collaborazione con associazioni di donne e attraverso l’impiego di personale qualificato, fornisce attività psicosociali di gruppo, ma anche attività ricreative con i bambini e le bambine della comunità», spiega Domenica Costantini, responsabile delle attività di protezione di CESVI in Sudan, da Al Salam, a Sinkat, in uno dei due centri ristrutturati dall’organizzazione.
«E soprattutto offre attività di assistenza individuale e di presa in carico dei casi, in particolare di donne sopravvissute alla violenza di genere, accompagnandole nel loro percorso di messa in sicurezza, ma anche attraverso assistenza finanziaria e distribuzione di beni di prima necessità», continua.
L’obiettivo è fare in modo che questi servizi non siano accessibili soltanto a chi riesce a raggiungere i centri. Attraverso unità mobili di supporto psicosociale, CESVI porta infatti le attività di protezione anche nelle aree più remote, raggiungendo persone e comunità che altrimenti rischierebbero di rimanere escluse dall’assistenza.
La crisi in Sudan è stata definita dalle Nazioni Unite la più grave crisi umanitaria al mondo, e le ragioni sono evidenti. In un contesto segnato da violenza, fame, sfollamenti e da un accesso umanitario sempre più difficile, creare spazi sicuri, garantire protezione e continuare a raggiungere anche le comunità più isolate significa rimanere concretamente accanto alla popolazione.


